
Ahhh… la scuola. Quale argomento migliore della scuola per soddisfare la voglia mattutina di polemiche dei leoni da tastiera. Tutti paiono sapere che cosa dovrebbe insegnare.
Eh sì, oggi ci cado anch’io.
Stamattina ho visto l’ennesimo post dove si spalava materiale fecale in abbondanza sulla scuola italiana, per la sua presunta incapacità di insegnare ai ragazzi le cose vere della vita; e per “cose vere della vita” si intende, in questo tipo di post, quasi sempre l’economia o, in generale, qualsiasi cosa riguardi il denaro.
La scuola non insegna ai giovani ad aprirsi partita IVA, a calcolare il ROI di un investimento, a pagare una bolletta. Invece insegna loro a leggere I promessi sposi e a svolgere disequazioni, abilità inutili per l’oggi, poiché, com’è noto, nessuna azienda assume su queste basi.
Ora, io comprendo l’innegabile funzione sociale della lamentela; comprendo pure che la scuola abbia tanti difetti; ma talvolta la mia affezione per il sistema che mi ha cresciuta non mi permette di astenermi dal dire la mia.
Quindi, parliamone: che cosa dovrebbe insegnare davvero la scuola dell’obbligo (secondo me)?
È vero, l’economia è importante.
Ma pure conoscere le leggi dello stato in cui si vive è importante: dovremmo quindi studiare diritto nello scuole di ogni ordine e grado?
Pure relazionarsi positivamente con se stessi e il prossimo è importante: dovremmo forse studiare scienze umane ovunque?
Probabilmente nel 2026 anche saper accendere un computer è importante: ne consegue che dovremmo studiare informatica in tutti gli indirizzi di scuola?
La lista è lunga: ogni materia ha una sua dignità e un motivo per essere appresa, ma questa constatazione non può tradursi nel dovere della scuola di insegnare letteralmente qualsiasi cosa.
Il tempo e le risorse sono finite, quindi è naturale dover operare una selezione.
Sulla base di quali criteri?
Ora, Vannacci mi considererà un’aliena, ma secondo me la scuola dell’obbligo non deve formare gli studenti sulla base delle esigenze del mercato; non deve prestare il fianco a ogni capriccio delle aziende.
Non solo perché si tratta di un compito irrealizzabile considerata la volatilità dei mercati e la rapidità del progresso tecnologico, ma soprattutto perché non è mai stato questo l’obiettivo di una buona scolarizzazione.
La scuola non aspira a formare lavoratori, ma cittadini.
Non mira più di tanto a insegnare la competenza X o Y, ma le cosiddette soft skill, le abilità trasversali di cui ognuno si riempie la bocca senza sapere veramente cosa sono.
Se uno studente è analfabeta funzionale, a che cosa gli servirà uno schemino per leggere la busta paga? Se non sa fare di conto, quale beneficio trarrà da una formula per calcolare il ROI di un investimento?
Semmai la scuola dovrebbe essere uno spazio di tutela rispetto alle logiche del mercato. Una bolla in cui l’accento cade sulla formazione dell’essere dello studente, affinché possa poi (e ripeto POI) fornire un contributo utile alla collettività in cui vive.
Sono convinta che in questo processo siano fondamentali le grandi narrazioni e la memoria storica, dunque lasciatemi esprimere il mio sonoro ‘no’ a qualsiasi riforma miri a ridurre le ore di italiano e di storia negli anni più delicati per lo sviluppo dell’identità.
C’è tutto il tempo per apprendere competenze puntuali all’università o direttamente sul campo. C’è tutto il tempo per omaggiare la divinità della performance con offerte di straordinari non pagati dopo i sedici anni. A mio avviso, non serve un’introduzione precoce a quella che non esiterei a definire dittatura dell’utile.
P.S. Io alle superiori ho fatto un tecnico commerciale e tutte le cose che ho citato sopra mi sono state insegnate: forse chi sente la propria formazione carente ha solo sbagliato indirizzo?